giovedì 31 gennaio 2013

ULISSE SENZA COGNOME - 3


Si svegliò infastidito da una mosca. La casa era in silenzio. Cercò Tonino ma non lo trovò. Si affacciò alla finestra per capire che ora fosse. Il sole era alto, Tonino era andato al lavoro e non lo aveva svegliato, pensò. Cercò qualcosa da mangiare dentro la credenza in cucina. Trovò una busta di grissini e del pane bianco, duro. Mangiò una fetta di pane per non aprire la busta dei grissini. Pensò al da farsi, non sapendo da che parte cominciare. Aveva intenzione di uscire per andare alla stazione dei pullman per capire a che ora potesse partire quello per Cagliari. Lasciò la casa, scrivendo con una biro un grande Grazie sulla busta del pane che posò sul tavolo. Chiese informazioni ai passanti e arrivò alla stazione. Il pullman partì circa due ore dopo, con Ulisse a bordo, spaventato ed eccitato allo stesso tempo. Tenne stretta, durante il viaggio, la piccola valigia di tessuto rigido che aveva con sé. Sul pullman altre due donne, una delle quali accompagnata da un bambino di circa 5 o 6 anni e l’altra vestita di nero e corpulenta. I finestrini aperti muovevano le tende, i capelli e tutto ciò che poteva agitarsi dentro quel mezzo di trasporto che lui prendeva per la prima volta. Pensò a sua madre, agli occhi disperati che aveva il giorno in cui morì, gli venne un nodo in gola. Ripensò alla scena che aveva portato alla rivelazione sconvolgente, quella di avere un padre che non l'aveva voluto. Un pomeriggio, nella piazza della chiesa, il figlio di una vicina di casa lo aveva chiamato burdu, indispettito dopo un gioco con i tappi delle bottiglie. E aveva insistito "du scinti tottus ca sesi burdu". Al rientro a casa, sua madre aveva guardato il viso, solcato da un graffio profondo, con una crosta ancora fresca di sangue rappreso. Ulisse cosa ti hanno fatto, aveva chiesto, sapendo bene che suo figlio era un bambino pacifico. Ulisse spiegò, raccontando in modo confuso l’episodio. Sua madre gli medicò il viso, con gli occhi pieni di rabbia, ma non parlò. Ulisse capì di colpo tutte le incongruenze che erano evidenti ma non aveva mai valutato prima come essenziali, come quella di essere l'unico a scuola ad avere il cognome della madre e non del padre. Non glielo aveva mai chiesto, perchè si fidava della versione data da sua madre che aveva raccontato di un padre morto pochi giorni prima della sua nascita, a causa di una malattia. 
Pensò di nuovo al viso della madre, alla disperazione del suo viso dopo l' attacco di cuore che le aveva fatto presagire la morte imminente. Lui le aveva sorriso, rasserenandola. Dai che guarisci, oh mà, le aveva detto. Pochi giorni dopo, la sorella di sua madre lo chiamò, mentre giocava per strada, di fronte a casa. Capì in un istante. Entrò in silenzio, baciò la madre prima che la lavassero e la vestissero, senza versare una lacrima.
Il pullman arrivò in piazza Matteotti.


L’odore acre dei ficus fu il benvenuto che diede la città ad Ulisse. Il traffico nella Via Roma era intenso, anche se era già sera. Aveva fame e con i pochi spiccioli avanzati dall’acquisto del biglietto comprò dei mostaccioli nel chiosco di piazza matteotti, che vendeva giocattoli, mais in bustine per i piccioni e alcuni tipi di caramelle che non aveva mai visto in paese. Si addentrò nel quartiere Marina, guardando con curiosità i negozi. Si fermò davanti ad una drogheria di Via Baylle, attratto da un barattolo gigante di alici salate. Rimase impalato per un pezzo, tanto da non sentire la voce dell’uomo che col grembiule bianco lo apostrofò chiedendo se avesse bisogno di qualcosa. La seconda volta che gli fece la stessa domanda si destò, con sorpresa e scosse il capo. No, non ho bisogno di niente. Cosa ci fai con quella valigia in mano? Da dove arrivi?
Raccontò che arrivava da Riola, che non andava da nessuna parte e che cercava lavoro. 
La radio della drogheria trasmetteva le note suadenti di The look of love di Dusty Springfield. Ulisse si mise a piangere. Peppe Canu, il droghiere, imbarazzato dal pianto che non sapeva come arginare, lo invitò ad entrare. Lavati il viso, disse. Ulisse lo seguì nel retrobottega.

mercoledì 30 gennaio 2013

Il vuoto di ogni cosa

Tornerò. Così promise.
Ma la vita aveva complicato tutto. E il lavoro appariva immane. Aveva vuotato le stanze, buttato via ogni possibile orpello: le cose inutilizzabili, quelle che evocavano ricordi, le cose ingombranti, quelle troppo piccole per meritare uno spazio, i surrogati, le cose vere che spesso erano peggio dei surrogati, le cose vecchie e le cose fastidiosamente nuove, cose che erano state belle ma si erano trasformate in cose banali, cose banali che non avevano mutato col tempo ed erano diventate, se possibile, ancora più banali. 
Aveva aperto le finestre, era entrata aria nuova. Ma l'aria fa presto a viziarsi se non fluisce in maniera continua e circolare. 
Aveva provato a far perdere le tracce di sè. Errore. Meglio scendere a patti e trattare col nemico piuttosto che instaurare una guerra, soprattutto se il nemico è il tuo io.
Il tempo era passato. Guardandosi alle spalle capì che il lavoro fatto era consistente. Molto più di quanto avesse sperato. Allontanarsi aiuta, soprattutto se hai capito che la mossa sbagliata è guardare indietro e provare nostalgia. E lei non lo fece. Eppure non era bastato. Tornerò, promise. Quando alla fine avrò creato il vuoto in ogni cosa. Non pensando che anche per nascere occorre molta forza, soprattutto se si decide di farlo ancora quando sei a metà della tua prima vita. Rinascere richiede tempo. Deve ricostruire una testa, un cuore, un fegato, perfino altri organi che nella prima vita non avevi. Organi vitali e invisibili che spingano testa, cuore e fegato. Rinascere con un motore dentro.


Tornerò quando avrò riempito il vuoto di ogni cosa, promise.