lunedì 16 dicembre 2013

ALTHAN



Quell'estate fu più calda e afosa del solito. Nella piazza del paese in pochi si sedevano sul basamento del monumento dedicato ad Antonio Gramsci, per quanto fosse in ombra grazie al carrubo secolare, che aveva dato conforto a generazioni di abitanti del piccolo borgo.

Giovanni Salis trascorse quell'estate con poche chiacchiere, sperando che il caldo cedesse prima o poi il posto all'autunno che tardava ad arrivare.

Solo da qualche mese, dopo la morte della moglie, non aveva nessuno scopo evidente nella vita. Aveva 60 anni ma ne dimostrava 80, non tanto fisicamente quanto nello spirito, fiaccato dalla malattia della moglie e dal dolore di una solitudine che non riusciva a colmare con nessun interesse che fino ad allora aveva avuto. Chiuse il mulino nel quale aveva speso 40 anni della sua vita, smise di curare la vigna, di andare per boschi, di occuparsi della casa.

Non aveva mai frequentato la piazza né mai aveva avuto relazioni di amicizia con gli uomini del paese. La moglie, il lavoro e la vita domestica avevano riempito ogni istante della sua esistenza fino a quella tragica perdita.

Quella mattina, solo sotto il carrubo, pensava alle parole della sorella maggiore che lo aveva rimproverato. "Chi sighisi aicci ti moris tui puru!".

Non aveva torto Adelina. Lui la stava aspettando davvero, la morte. Sperava in una malattia, in un evento catastrofico per essere spazzato via dalla solitudine e dal dolore. Quel tempo infausto che scorreva lento era per lui solo un tormento. La lenta agonia interiore scorreva come i giorni, tutti ugualmente coincidenti nei minuti e nelle ore, tutti protesi nell'attesa di quell'ultimo giorno che prima o poi avrebbe reso giustizia alla sua cattiva sorte.

Ma quella mattina un uomo sedette al suo fianco. Un forestiero con un capello di feltro verde muschio, una giacca dai bottoni dorati e delle scarpe con una punta rinforzata da una lamina lucida di metallo.

Chiese a Giovanni dove poter chiedere l'autorizzazione per il suo spettacolo. Indicò sollevando il mento un furgone color amaranto ricoperto di scritte gialle che raccontavano chi fosse: Il trasformista Althan, l'uomo dalle 1000 vite. Giovanni si offrì di accompagnarlo sino al Municipio. E lo lasciò lì, davanti al portone, suggerendo di parlare con il segretario comunale.

Quella stessa sera, la curiosità vinse la pigrizia e Giovanni fece il giro del paese per trovare l'artista. Nella piccola piazzetta davanti alle scuole elementari un capannello di persone osservava con attenzione il forestiero. Un fuoco illuminava il viso dell'uomo che si cambiava d'abito in pochi secondi, interpretando ora un ballerino, ora un sacerdote, un medico o un domatore di leoni. Giovanni ammaliato dallo spettacolo sorrideva incantato. Alcune ore dopo si offrì di aiutarlo a smontare la semplice scenografia che aveva allestito. Althan chiese a Giovanni della sua vita e Giovanni raccontò della sua solitudine, dei giorni sempre uguali vissuti in quel piccolo centro, della sua sconfinata paura per il tempo che ancora gli restava da vivere.

Althan si fermò in paese, cenò con Giovanni.

Cosa accadde esattamente quella notte fu difficile ricostruirlo. La mattina seguente alla sorella di Giovanni spettò l'ingrato compito di vestire il corpo del fratello trovato senza vita nel letto. Una morte naturale, ma inspiegabile. Di Althan si seppe che, negli spettacoli proposti nei paesi limitrofi, ai tanti costumi di scena si era aggiunto anche quello di un mugnaio.

MAM

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