venerdì 6 dicembre 2013

DISARMONICO

Quando comunicarono a mia madre quella che, a tutti gli effetti, doveva essere una sentenza irreversibile, la reazione fu la totale noncuranza per quelle due parole che a qualsiasi altra madre avrebbero lacerato il cuore: nanismo disarmonico.
Per sua stessa ammissione, ne fu quasi felice, ignara della vita che lei ed io insieme stavamo per affrontare, per la cattiveria tagliente che avrebbe assediato le nostre vite e scomposto ogni momento delle nostre esistenze. Pensò, come mi disse, che io sarei stato il fulcro di quel suo destino scialbo che finalmente si riempiva di motivazioni per esplodere come un fuoco d'artificio e illuminare la strada che da allora in poi non avrebbe più conosciuto noia e mediocrità.
Mi allevò con una cura maniacale, certa che la gente avrebbe provato meraviglia di quel corpo così piccolo eppure colmo di grazia, qualità uniche ed eccellenze che ad altri per la loro normalità erano preclusi.
Crebbi con la convinzione che la mia diversità fosse esattamente quella che lei vedeva: una originale dissonanza dal resto del mondo, una proficua possibilità di riscatto per tutti i diversi, che potevano competere ad armi pari con qualsiasi altro individuo del mondo.
La cattiveria esplose in piena adolescenza. Il passaggio dall'infanzia alla pubertà compromise le sicurezze. Smisi di essere il bambino coccolato e vezzeggiato da tutti, il nano delle meraviglie, e divenni quello che restava indietro. Si allungavano non solo i corpi dei miei amici e compagni ma anche le distanze col mondo normale, distanze che divennero incolmabili e per le quali mi sentii perso. Fui vittorioso nella bruttezza e disgrazia del mio corpo: eccellevo solo in questo.
Quando Beatrice comparve nella mia vita la odiai profondamente. A scuola sedette per tre anni  al mio fianco, decisione degli insegnati che parve quasi contrapporre la mostruosità vicino alla bellezza eterea.
Beatrice mi ricordò, ogni giorno di quei tre anni, quali e quante batoste avrei dovuto affrontare, in che modo agire con coercizione verso i miei sentimenti, con quale logorio la vita può sottrarti ogni energia vitale e trasformare in incubi i sogni.
Beatrice, dal canto suo, non mi mostrò mai ostilità. Devo anzi ammettere che il suo sguardo, diretto e limpido, era per me rassicurante. In terza media, dopo una festa di compleanno di un compagno, rientrando a piedi a casa mi chiese se avessi mai pensato di baciarla. Le risposo furioso che non avrei mai immaginato di essere oggetto di scherno da parte sua e la lasciai da sola per strada, dopo averle detto parole dure ed offensive.
Ma la storia non finì lì. Beatrice capì la mia rabbia e non se ne fece un cruccio. Con la determinazione che solo le donne possiedono continuò a starmi accanto anche dopo la scuola. Parole, piccoli gesti, e poi sguardi sempre più intensi. Mi provocava e si comportava come una femmina fa con qualsiasi uomo normale. Mi indignavo per la sua sfrontatezza, timoroso di cedere al sentimento che provavo. Fino a quel maledetto giorno in cui i nostri corpi si incontrarono, in un inferno di emozioni che non potevano essere più contenute, che completarono in lei quel quadro rimasto per tanti anni senza cornice e che spogliarono me di ogni possibilità di difesa. 
Amore. Capisci? Non era solo attrazione verso la diversità, né perversione come pensai all'inizio. Beatrice provava passione perché mi amava. Amava quella disarmonia fisica che a me toglieva ogni speranza e che lei invece non vedeva nemmeno.
Mi disse di aspettare un bambino. A 23 anni, appena compiuti, con lacrime che scivolavano calde sulle guance bellissime, con un sorriso che pretendeva di condividere la felicità che non poteva più tenere nascosta a nessuno, mi disse che ne avrebbe parlato con i suoi genitori e che loro avrebbero capito.
La storia potrebbe finire qui, perchè questa fu l'ultima volta che la vidi. La chiusero in casa, il fratello la picchiò selvaggiamente. Lo seppi da mia madre, che apprese la notizia e fu minacciata dai suoi familiari.
Quella sera mi recai al bar e vi incontrai il fratello. Il nano, guardatelo il nano... ha violato quella puttana di mia sorella.
Sentire il nome di Beatrice, l'epiteto infamante che le veniva affibbiato, mi ferì mortalmente. Come osi, vile, dire queste cose di tua sorella? Lei mi ama e io la amo. Risero, mi colpirono lui e altri uomini, che conoscevo appena ma che presero parte all'affare, a  questa infamia che colpiva nella loro immaginazione la normalità delle cose. Lo aspettai sotto casa due giorni dopo. Di quel momento ricordo solo lo stupore nel suo sguardo. I giornali scrissero dell'abominio di quel delitto, del nano innamorato e della cattiva sorte capitata alla donna circuita in modo deplorevole, che oltre al danno della violenza aveva visto morire il fratello per mano del piccolo mostro. 

Questa fratello è la mia storia. Da qui non usciro' mai. Ergastolo. Non è grottesco? Mi è stato concesso l'amore malgrado la mia diversità, mi è stato tolto per la stessa ragione. C'è scampo e possibilità di cambiare le cose disarmoniche della vita? Ritengo di no. Io ne sono la prova vivente. E adesso raccontami di te, visto che passeremo insieme del tempo dentro questa cella. 

MAM

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