venerdì 13 dicembre 2013

LA MATTA DEL MOLO



Camminava sul molo Ichnusa. Come ogni giorno da circa 20 anni ormai. Il cielo terso, l’aria fresca e pungente. Era metà novembre e lei andava ancora in giro senza calze. Un maglione nero infeltrito e un abito leggero al ginocchio. Un paio di ballerine nere, consumate da tanto andare.
L’ultima volta che lo vide era proprio lì, al molo Ichnusa. Un posto poco frequentato, lontano da occhi indiscreti perché lui non era libero: a casa aveva moglie e figli. Si erano conosciuti tre mesi prima. Si erano incontrati per caso in un caffè nella Via Roma. Lei era andata a salutare al porto dei parenti di Roma che erano arrivati in città con la Tirrenia, lui in pausa caffè dal lavoro. Entrambi, seduti ai rispettivi tavoli, osservavano il variegato mondo che animava i portici a quell’ora del mattino: qualche turista tedesco in maglietta e sandali, avventori del caffè intenti a leggere le notizie dell’Unione Sarda e della Gazzetta dello Sport, mendicanti che intervallavano lo spazio utile cercando di conquistare l’altrui benevolenza con sorrisi e cartelli di cartone recanti frasi ad effetto. Lo sguardo di lei ad un tratto si posò su un uomo. Rimase colpita dalla sua eleganza: era raro vedere in città persone vestite con tanta cura. Non aveva niente che non andasse: i capelli corti e ben pettinati, la camicia bianca impeccabile. Una cravatta a righe grigie che riprendeva il colore esatto dell’abito. Scarpe lucidissime e, ci avrebbe giurato, calze lunghe e non calzini. Lui si accorse di tanta curiosità. E bastò un attimo per capire che due occhi come quelli difficilmente si potevano dimenticare. Per questo, forse, si avvicinò con la scusa di chiederle se si fossero già incontrati in altre occasioni, perchè il suo viso, disse, aveva qualcosa di familiare.
Si ritrovarono il giorno dopo, e, a seguire per tre settimane, mezzora ogni mattina, fino al giorno della passeggiata al molo Ichnusa. Lì si baciarono per la prima volta e lì si incontrarono ancora per altri due mesi, ogni giorno fino a quell’ultima volta.
Si raccontarono le rispettive vite. Lui impiegato alla Banca d’Italia, lei sarta per un noto negozio cittadino. Lui sposato, una moglie più grande di lui, un matrimonio combinato con altra famiglia borghese della città. Due figli piccoli e una carriera in ascesa. Lei sola. Dopo la morte della madre si ritrovava a far da zia a un numero incalcolabile di nipotini, ma non aveva ancora conosciuto un uomo e mai era stata fidanzata con qualcuno: un po’ per quei genitori all’antica, severi nella morale sessuale, un po’ per la sua innata timidezza che non le facilitava gli incontri. Cuciva da sempre, amava leggere e ballare..
Gabriella, questo il suo nome. Lui Francesco Maria. Due vite lontane come pianeti di due galassie differenti.
Nessuno dei due osò mai andare oltre i baci. Lei per pudore soprattutto, ma anche perché non sapeva neppure come tradurre in gesti quella passione che pure sentiva crescere ogni giorno di più. Lui per delicatezza, come se avesse avuto paura di sciupare una cosa bella ma fragile e perchè non aveva idea di come lei avrebbe potuto reagire.
Il giorno in cui lui non si presentò al molo Ichnusa Gabriella non si preoccupò. Pensò ad un problema di lavoro, ad una malattia improvvisa, a qualche impegno inatteso e improcrastinabile.
E così nei giorni successivi. Contava i giorni immaginando le malattie più assurde e i tempi di guarigione: un’influenza 4 giorni, con eventuali complicazioni una settimana. Le malattie col passare dei giorni divenivano sempre più gravi: un attacco di appendicite, due settimane. Una broncopolmonite, un mese.
Passarono i giorni, a volte lenti, a volte incredibilmente veloci. Non pensò mai di non rivederlo ancora, per quanto si erano detti, per gli sguardi, per come era nata la storia e per le cose che si erano promessi in quei tre mesi.
In quei lunghi vent’anni a Gabriella non mancarono i corteggiatori. Tutti o quasi sembravano anche intenzionati a sposarla, a costruire con lei una famiglia che riempisse quel vuoto. Ma lei si sentiva fedele al ricordo. Ogni volta la domanda era la stessa: e se tornasse? E la risposta, immancabilmente: tutto tornerebbe come prima. E questo già bastava a non prendere in considerazione l’ipotesi di un impegno con altri.
I giorni peggiori furono quelli della sua malattia: un anno, colpita da un leggero ictus, fu costretta al ricovero in ospedale per oltre tre settimane. Le sembrarono infinite. Mancare all’appuntamento quotidiano le risultava particolarmente doloroso. Se lui fosse tornato al molo a cercarla cosa mai avrebbe potuto pensare? L’avrebbe potuta accusare, a ragione, di un sentimento poco profondo, di essersi dimenticata di lui. E questo pensiero era per lei insopportabile.
Quei 20 anni erano passati quasi senza che se ne accorgesse: non che fossero mancati gli avvenimenti importanti nella sua vita, dai matrimoni dei nipoti al cambio di sede del negozio, ora molto più bello e anche più vicino a casa sua. Ma era come se le altre cose le vedesse come dietro un vetro appannato, erano sfocate, le intravvedeva appena e non riuscivano a catturare la sua attenzione. Il ricordo di lui invece era nitido come se l’avesse visto solo mezz’ora prima. Quella mattina, una delle tante mattine di Novembre, si recò come al solito al molo dove i pescatori, che ormai la conoscevano bene, l’avevano soprannominata Gabriella, la matta del molo.
Gabriella aveva lunghi capelli bianchi ormai. Il viso ancora bello e occhi come i suoi, i pescatori giuravano di non averne mai visto in vita loro. Quella mattina un uomo distinto e alto passeggiava sul molo Ichnusa. Quando lei arrivò all’ingresso del molo riconobbe subito quella figura. Cancellò i 20 anni di attesa in un istante. Lo raggiunse quasi di corsa. L’uno di fronte all’altro, si guardarono, incapaci di proferire parola. Gabriella non si accorse nemmeno che il viso che aveva di fronte era quello di un uomo più giovane di lei di almeno 20 anni. Nella sua mente febbricitante ciò che contava era averlo ritrovato dopo tanta attesa. Lui non fu capace di spiegare che era appena arrivato in quella città, che forse lei si stava equivocando e che lo stava confondendo con chissà chi altro e che lui era lì perchè il Molo Ichnusa era il nome che il padre, sardo e funzionario della Banca d’Italia trasferitosi a Torino tanti anni prima, ripeteva continuamente negli ultimi mesi di vita consumati da una terribile malattia.




MAM

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