lunedì 9 dicembre 2013

LA VORAGINE



Forse non ho capito niente. Perché a dimenticare ci vuole tempo, mi dicevo. Cancellare si può. Il tempo aiuta. Lo dicono tutti. E così ho lasciato scivolare i minuti, le ore, i giorni ed infine i mesi. Non sento più il dolore. E’ così. Il silenzio, l’assenza sono ormai abitudine. Non piango più. E ho pensato alla voragine. Si, la voragine della quale abbiamo parlato tante volte anche con te. A scavarla ci hanno pensato in tanti. Hanno lavorato dentro me, ciascuno con i propri mezzi, valutando di volta in volta di quanto si dovesse allargare, come renderla instabile e pronta al cedimento. Io di mio ho messo il meno possibile. Sono stata a guardare. Ad ascoltare. Ed ho imparato che non sono mai stata all’altezza. Qualcuno mi voleva forte, qualcun altro debole. C’era chi mi voleva più sensibile, secondo altri ero troppo sensibile. Parlavo troppo oppure ero poco loquace. Non dovevo piangere ma, alcuni mi accusavano di avere un cuore di pietra. Bisognava crescere. Ma altri obiettavano che non ero mai stata bambina.
Una voragine enorme. Camminavo sull’orlo e pensavo che non mi sarebbe bastata questa vita per riempirla. E riempirla di cosa soprattutto? Amore, gioia, felicità? Oppure di occasioni speciali, di piccoli momenti importanti? E dopo averla riempita, mi dicevo, posso immaginare che si diventi finalmente diversi? Appagati? Pensavo a questo, stamattina, mentre davanti allo specchio mi truccavo il viso. Le rughe. Quante.
Ho pensato che finalmente non mi importava più niente della voragine. Ho iniziato a sentire che il tempo stava scivolando via, incurante delle mie ansie e delle mie aspettative.
Di tutte le vite possibili mi è stata concessa questa. Ed io, ho pensato, ancora non ho cominciato a viverla.
Sono uscita di casa. Ho chiuso la porta alle spalle. Ho scansato la voragine, ho respirato a fondo e sono scesa in strada. Porto a spasso le rughe ho pensato. E comincio a vivere.

MAM

CATERINA

Il mio nome è Caterina. Cioè, non è il mio vero nome ma quello d'arte. Quello vero è Giovanna, ma quando ho iniziato a fare questo lavoro Madame ha detto che di Giovanna nella casa ne aveva già un'altra e che ci avrebbero confuse. Caterina, ecco un bel nome. Il nome della mia bambina morta dopo pochi giorni di vita, mi ha detto. A me questa cosa ha fatto impressione, ma non ho voluto né potuto dirle di no, perché temevo mi cacciasse. E ho fatto bene, perché é anche grazie a questo nome che mi ha sempre trattata come una figlia. 
Avevo 17 anni quando sono arrivata da Madame. In casa ho detto che sarei andata in città a servizio, che poi se guardi bene è una mezza verità. Madame ha detto che dovevo dire a tutti che avevo 22 anni. E così ho fatto. C'è stato un momento in cui io stessa non riuscivo più a ricordare quanti anni avessi. 
La casa nella Marina era bellissima. Carta da parati verde tenue e stampe sul muro con donne nude e velate. Il letto comodo, in legno , come il comodino. E di fianco al letto una brocca con l'acqua e un lavamano. 
Molti clienti di Madame non mi volevano all'inizio. Troppo alta e ossuta. Madame ha fatto di tutto per farmi diventare rotondetta, in carne. 
-Mangia, non saltare mai un pasto. Ti serve forza per fare questo lavoro. 
Ma io ero uguale alla buonanima di mamma che sembrava un appendiabiti. 
Poi però qualcuno ha detto che la mia linea era elegante, che sembravo uscita da una rivista di moda francese. E mi sono ritagliata il mio spazio. I clienti più importanti della città cercavano me. Quelli della Cagliari bene, come la chiamava Madame. Quelli a cui i soldi non mancavano, quelli sposati con donne ricche ma brutte. Caterina è un nome dolce, mi diceva il notaio che veniva da me il venerdì all'ora di pranzo.
-La dolcezza è una virtù importante per una donna, cara la mia Caterina. Quale uomo è disposto a rinunciarvi? Non esiste niente, credimi, che possa incatenare un uomo ad una donna quanto la dolcezza. 
Aveva ragione. Per questo mi hanno amata e io ho amato ognuno dei miei clienti. Questo lavoro tanto disprezzato è il più bello del mondo. Se tu dai e ricevi carezze, se sai regalare un momento felice a qualcuno, non hai bisogno d'altro. Io non potrei mai fare a meno dei loro sguardi. Sono così appaganti! Mi piace ascoltare la storia delle loro vite, accarezzare le loro mani quando sono tristi e hanno delle preoccupazioni. Molti piangono, come bambini. Hanno spesso vite infelici, tranne che per quei pochi istanti in cui stanno con me. 
E' un bel lavoro questo.  Anche dopo che è morta Madame e le cose sono cambiate. Ho un appartamento in un quartiere elegante della città e ormai pochi clienti. Quelli che sono rimasti non mi tradirebbero mai per una più giovane. Caterina è un nome dolce, anche ora che ho 57 anni  e che qualcuno viene da me solo per un caffè. 
MAM 

A COSA SERVE IL CIELO



Mauro oggi ci ha portati al mare. Ci siamo seduti sugli scogli, scegliendo ciascuno una posizione. Ci ha chiesto di stare in silenzio, per un po’. E così abbiamo fatto. Poi ci ha chiesto di dire la prima cosa che ci passasse per la testa guardando il mare. Io ho detto “zattera”. Mi sono pentito subito di aver pronunciato questa parola. Ho pensato “ Che scemo, avrei potuto dire stella marina, oppure onda, sabbia, conchiglia, vento, sole...”. Ho chiesto a Mauro se potevo dirne un’altra, ma lui ha detto che zattera andava benissimo. Mi ha chiesto perchè avessi pensato a questa cosa. Ho risposto che non lo sapevo, che poi in fondo quella parola non mi piaceva nemmeno e che se avessi potuto cambiarla avrei detto di sicuro un’altra cosa. Mauro mi ha guardato e mi ha chiesto se nella mia vita mi fossi mai sentito un naufrago. Mi è venuta l’ansia. Io sono sempre stato un naufrago. Sono sempre in fuga da tutto e da tutti. Ho detto a Mauro queste cose e mi ha chiesto se in realtà non scappassi da me stesso. “Ma che dici?” ho risposto. “Io sto bene solo quando sono solo”.

Mauro ha sorriso. Mi ha chiesto di fare la prima cosa, il primo gesto che mi venisse spontaneo. Io ho allungato il braccio, chiuso la mano e ho teso l’indice verso il cielo. Marta, una delle ragazze seguita dall’istituto di igiene mentale, mi ha guardato e dopo un paio di minuti ha fatto lo stesso.


Il mio indice e il suo indice puntati verso l’alto. Mi è sembrato che il cielo si piegasse e che le nostre dita fossero i pilastri di una casa o di una capanna...non saprei.


So solo che per la prima volta mi è piaciuto stare sotto un tetto così ampio insieme a qualcuno che non fossi io.

MAM

venerdì 6 dicembre 2013

DISARMONICO

Quando comunicarono a mia madre quella che, a tutti gli effetti, doveva essere una sentenza irreversibile, la reazione fu la totale noncuranza per quelle due parole che a qualsiasi altra madre avrebbero lacerato il cuore: nanismo disarmonico.
Per sua stessa ammissione, ne fu quasi felice, ignara della vita che lei ed io insieme stavamo per affrontare, per la cattiveria tagliente che avrebbe assediato le nostre vite e scomposto ogni momento delle nostre esistenze. Pensò, come mi disse, che io sarei stato il fulcro di quel suo destino scialbo che finalmente si riempiva di motivazioni per esplodere come un fuoco d'artificio e illuminare la strada che da allora in poi non avrebbe più conosciuto noia e mediocrità.
Mi allevò con una cura maniacale, certa che la gente avrebbe provato meraviglia di quel corpo così piccolo eppure colmo di grazia, qualità uniche ed eccellenze che ad altri per la loro normalità erano preclusi.
Crebbi con la convinzione che la mia diversità fosse esattamente quella che lei vedeva: una originale dissonanza dal resto del mondo, una proficua possibilità di riscatto per tutti i diversi, che potevano competere ad armi pari con qualsiasi altro individuo del mondo.
La cattiveria esplose in piena adolescenza. Il passaggio dall'infanzia alla pubertà compromise le sicurezze. Smisi di essere il bambino coccolato e vezzeggiato da tutti, il nano delle meraviglie, e divenni quello che restava indietro. Si allungavano non solo i corpi dei miei amici e compagni ma anche le distanze col mondo normale, distanze che divennero incolmabili e per le quali mi sentii perso. Fui vittorioso nella bruttezza e disgrazia del mio corpo: eccellevo solo in questo.
Quando Beatrice comparve nella mia vita la odiai profondamente. A scuola sedette per tre anni  al mio fianco, decisione degli insegnati che parve quasi contrapporre la mostruosità vicino alla bellezza eterea.
Beatrice mi ricordò, ogni giorno di quei tre anni, quali e quante batoste avrei dovuto affrontare, in che modo agire con coercizione verso i miei sentimenti, con quale logorio la vita può sottrarti ogni energia vitale e trasformare in incubi i sogni.
Beatrice, dal canto suo, non mi mostrò mai ostilità. Devo anzi ammettere che il suo sguardo, diretto e limpido, era per me rassicurante. In terza media, dopo una festa di compleanno di un compagno, rientrando a piedi a casa mi chiese se avessi mai pensato di baciarla. Le risposo furioso che non avrei mai immaginato di essere oggetto di scherno da parte sua e la lasciai da sola per strada, dopo averle detto parole dure ed offensive.
Ma la storia non finì lì. Beatrice capì la mia rabbia e non se ne fece un cruccio. Con la determinazione che solo le donne possiedono continuò a starmi accanto anche dopo la scuola. Parole, piccoli gesti, e poi sguardi sempre più intensi. Mi provocava e si comportava come una femmina fa con qualsiasi uomo normale. Mi indignavo per la sua sfrontatezza, timoroso di cedere al sentimento che provavo. Fino a quel maledetto giorno in cui i nostri corpi si incontrarono, in un inferno di emozioni che non potevano essere più contenute, che completarono in lei quel quadro rimasto per tanti anni senza cornice e che spogliarono me di ogni possibilità di difesa. 
Amore. Capisci? Non era solo attrazione verso la diversità, né perversione come pensai all'inizio. Beatrice provava passione perché mi amava. Amava quella disarmonia fisica che a me toglieva ogni speranza e che lei invece non vedeva nemmeno.
Mi disse di aspettare un bambino. A 23 anni, appena compiuti, con lacrime che scivolavano calde sulle guance bellissime, con un sorriso che pretendeva di condividere la felicità che non poteva più tenere nascosta a nessuno, mi disse che ne avrebbe parlato con i suoi genitori e che loro avrebbero capito.
La storia potrebbe finire qui, perchè questa fu l'ultima volta che la vidi. La chiusero in casa, il fratello la picchiò selvaggiamente. Lo seppi da mia madre, che apprese la notizia e fu minacciata dai suoi familiari.
Quella sera mi recai al bar e vi incontrai il fratello. Il nano, guardatelo il nano... ha violato quella puttana di mia sorella.
Sentire il nome di Beatrice, l'epiteto infamante che le veniva affibbiato, mi ferì mortalmente. Come osi, vile, dire queste cose di tua sorella? Lei mi ama e io la amo. Risero, mi colpirono lui e altri uomini, che conoscevo appena ma che presero parte all'affare, a  questa infamia che colpiva nella loro immaginazione la normalità delle cose. Lo aspettai sotto casa due giorni dopo. Di quel momento ricordo solo lo stupore nel suo sguardo. I giornali scrissero dell'abominio di quel delitto, del nano innamorato e della cattiva sorte capitata alla donna circuita in modo deplorevole, che oltre al danno della violenza aveva visto morire il fratello per mano del piccolo mostro. 

Questa fratello è la mia storia. Da qui non usciro' mai. Ergastolo. Non è grottesco? Mi è stato concesso l'amore malgrado la mia diversità, mi è stato tolto per la stessa ragione. C'è scampo e possibilità di cambiare le cose disarmoniche della vita? Ritengo di no. Io ne sono la prova vivente. E adesso raccontami di te, visto che passeremo insieme del tempo dentro questa cella. 

MAM

venerdì 1 febbraio 2013

ULISSE SENZA COGNOME 4





"A Roma, durante una manifestazione dei Comitati Autonomi Operai , è stato colpito a morte Mario Salvi. A sparare è stato l'agente Domenico Velluto...".  


Il notaio Dessanai spense la radio per comunicare ad Ulisse che da quel 7 di aprile del 1976 avrebbe avuto un cognome nuovo. Ulisse Dessanai, fu riconosciuto come figlio legittimo dal Notaio Mario Dessanai, domiciliato a Cagliari in Via Manno 42. 


Peppe Canu, dalla sera del suo arrivo a Cagliari, sistemò Ulisse in bottega, a fare il garzone. Ulisse in bottega ci dormiva pure. Le prime notti sopra alcune scatole di cartone poi su una branda pieghevole che Efisio teneva in soffitta per gli ospiti e che si rivelò utilissima per sistemare quel volenteroso ragazzino che il destino gli aveva messo tra i piedi. Tra i vari clienti ai quali portava la spesa della drogheria, Ulisse conobbe anche il Notaio Dessanai, uomo ricchissimo e riservato a detta di Peppe, che bisognava trattare con tutti i riguardi ché clienti così a Cagliari se ne trovavano pochi.
Ulisse risultò immediatamente simpatico al Notaio e il Notaio ad Ulisse. Già dopo poche settimane Mario Dessanai si prodigò per trovare al ragazzo un insegnante privato, visto che era sveglio come pochi e riteneva fosse un peccato aver interrotto la scuola per tutte quelle peripezie che ascoltò dalla sua viva voce. La verità è che il Notaio soffriva di solitudine e Ulisse divenne per lui occasione giornaliera di scambio di opinioni e di informazioni che il ragazzo coglieva per strada e in bottega. Efisio mai si lamentò delle assenze prolungate del garzone, poichè, da quando era arrivato, gli ordini di spesa del cliente era notevolmente aumentati.
Un anno dopo l’arrivo di Ulisse il Notaio si recò in drogheria e conversò fitto fitto con Peppe, che annuiva a tratti sorridente e a tratti dispiaciuto agli argomenti trattati dal suo cliente. Quando questi lasciò la bottega il droghiere chiamò in disparte Ulisse.
-Il Notaio Dessanai dice che sarebbe disposto a prenderti in casa, come ragazzo di compagnia e per fare delle commissioni. Dice che ti farà studiare se ne hai voglia. Sei tu che devi decidere Ulisse. Mi mancherà un bravo garzone ma un’occasione così non ti capita due volte nella vita, dai retta a me.
Ulisse stette in silenzio per un po’. Non lo entusiasmava l’idea di vivere in una casa dove le finestre erano sempre chiuse, l’odore della polvere impregnava ogni angolo delle stanze e l’unica presenza era quell’uomo anziano e una governante incartapecorita che sembrava più vecchia dello stesso salotto in pelle dove veniva regolarmente ricevuto dal Notaio e dal maestro privato.
Considerò però che l’alternativa era fare il garzone per tutta la vita e che forse Peppe aveva ragione a dire che occasioni simili nella vita non si presentano due volte di seguito.

Il 7 di aprile del 1976 Ulisse per la prima volta nella sua vita provò un dolore lacerante Ulisse aveva un cognome, quello di un padre, ma non aveva più una storia. Gli sembrò di rinascere quel giorno, con dei cani attaccati alle carni che lo spolpavano della sua vita precedente.



giovedì 31 gennaio 2013

ULISSE SENZA COGNOME - 3


Si svegliò infastidito da una mosca. La casa era in silenzio. Cercò Tonino ma non lo trovò. Si affacciò alla finestra per capire che ora fosse. Il sole era alto, Tonino era andato al lavoro e non lo aveva svegliato, pensò. Cercò qualcosa da mangiare dentro la credenza in cucina. Trovò una busta di grissini e del pane bianco, duro. Mangiò una fetta di pane per non aprire la busta dei grissini. Pensò al da farsi, non sapendo da che parte cominciare. Aveva intenzione di uscire per andare alla stazione dei pullman per capire a che ora potesse partire quello per Cagliari. Lasciò la casa, scrivendo con una biro un grande Grazie sulla busta del pane che posò sul tavolo. Chiese informazioni ai passanti e arrivò alla stazione. Il pullman partì circa due ore dopo, con Ulisse a bordo, spaventato ed eccitato allo stesso tempo. Tenne stretta, durante il viaggio, la piccola valigia di tessuto rigido che aveva con sé. Sul pullman altre due donne, una delle quali accompagnata da un bambino di circa 5 o 6 anni e l’altra vestita di nero e corpulenta. I finestrini aperti muovevano le tende, i capelli e tutto ciò che poteva agitarsi dentro quel mezzo di trasporto che lui prendeva per la prima volta. Pensò a sua madre, agli occhi disperati che aveva il giorno in cui morì, gli venne un nodo in gola. Ripensò alla scena che aveva portato alla rivelazione sconvolgente, quella di avere un padre che non l'aveva voluto. Un pomeriggio, nella piazza della chiesa, il figlio di una vicina di casa lo aveva chiamato burdu, indispettito dopo un gioco con i tappi delle bottiglie. E aveva insistito "du scinti tottus ca sesi burdu". Al rientro a casa, sua madre aveva guardato il viso, solcato da un graffio profondo, con una crosta ancora fresca di sangue rappreso. Ulisse cosa ti hanno fatto, aveva chiesto, sapendo bene che suo figlio era un bambino pacifico. Ulisse spiegò, raccontando in modo confuso l’episodio. Sua madre gli medicò il viso, con gli occhi pieni di rabbia, ma non parlò. Ulisse capì di colpo tutte le incongruenze che erano evidenti ma non aveva mai valutato prima come essenziali, come quella di essere l'unico a scuola ad avere il cognome della madre e non del padre. Non glielo aveva mai chiesto, perchè si fidava della versione data da sua madre che aveva raccontato di un padre morto pochi giorni prima della sua nascita, a causa di una malattia. 
Pensò di nuovo al viso della madre, alla disperazione del suo viso dopo l' attacco di cuore che le aveva fatto presagire la morte imminente. Lui le aveva sorriso, rasserenandola. Dai che guarisci, oh mà, le aveva detto. Pochi giorni dopo, la sorella di sua madre lo chiamò, mentre giocava per strada, di fronte a casa. Capì in un istante. Entrò in silenzio, baciò la madre prima che la lavassero e la vestissero, senza versare una lacrima.
Il pullman arrivò in piazza Matteotti.


L’odore acre dei ficus fu il benvenuto che diede la città ad Ulisse. Il traffico nella Via Roma era intenso, anche se era già sera. Aveva fame e con i pochi spiccioli avanzati dall’acquisto del biglietto comprò dei mostaccioli nel chiosco di piazza matteotti, che vendeva giocattoli, mais in bustine per i piccioni e alcuni tipi di caramelle che non aveva mai visto in paese. Si addentrò nel quartiere Marina, guardando con curiosità i negozi. Si fermò davanti ad una drogheria di Via Baylle, attratto da un barattolo gigante di alici salate. Rimase impalato per un pezzo, tanto da non sentire la voce dell’uomo che col grembiule bianco lo apostrofò chiedendo se avesse bisogno di qualcosa. La seconda volta che gli fece la stessa domanda si destò, con sorpresa e scosse il capo. No, non ho bisogno di niente. Cosa ci fai con quella valigia in mano? Da dove arrivi?
Raccontò che arrivava da Riola, che non andava da nessuna parte e che cercava lavoro. 
La radio della drogheria trasmetteva le note suadenti di The look of love di Dusty Springfield. Ulisse si mise a piangere. Peppe Canu, il droghiere, imbarazzato dal pianto che non sapeva come arginare, lo invitò ad entrare. Lavati il viso, disse. Ulisse lo seguì nel retrobottega.

mercoledì 30 gennaio 2013

Il vuoto di ogni cosa

Tornerò. Così promise.
Ma la vita aveva complicato tutto. E il lavoro appariva immane. Aveva vuotato le stanze, buttato via ogni possibile orpello: le cose inutilizzabili, quelle che evocavano ricordi, le cose ingombranti, quelle troppo piccole per meritare uno spazio, i surrogati, le cose vere che spesso erano peggio dei surrogati, le cose vecchie e le cose fastidiosamente nuove, cose che erano state belle ma si erano trasformate in cose banali, cose banali che non avevano mutato col tempo ed erano diventate, se possibile, ancora più banali. 
Aveva aperto le finestre, era entrata aria nuova. Ma l'aria fa presto a viziarsi se non fluisce in maniera continua e circolare. 
Aveva provato a far perdere le tracce di sè. Errore. Meglio scendere a patti e trattare col nemico piuttosto che instaurare una guerra, soprattutto se il nemico è il tuo io.
Il tempo era passato. Guardandosi alle spalle capì che il lavoro fatto era consistente. Molto più di quanto avesse sperato. Allontanarsi aiuta, soprattutto se hai capito che la mossa sbagliata è guardare indietro e provare nostalgia. E lei non lo fece. Eppure non era bastato. Tornerò, promise. Quando alla fine avrò creato il vuoto in ogni cosa. Non pensando che anche per nascere occorre molta forza, soprattutto se si decide di farlo ancora quando sei a metà della tua prima vita. Rinascere richiede tempo. Deve ricostruire una testa, un cuore, un fegato, perfino altri organi che nella prima vita non avevi. Organi vitali e invisibili che spingano testa, cuore e fegato. Rinascere con un motore dentro.


Tornerò quando avrò riempito il vuoto di ogni cosa, promise.