Che poi la vita, se guardi bene, non è che una crosta. Crosta che riveste i corpi di colori illusori, crosta sulle ferite profonde e sui piccoli dolori quotidiani, crosta sulle maschere che spesso sono incapaci di celare e che hanno necessità a loro volta di essere coperte. Sono crosta i falsi motivi che coprono le disillusioni; crosta è il buon sentimento che nasce da convenzioni che ci vogliono solidali e attenti. Crosta è il pianto trattenuto, crosta le parole non dette. E crosta dura e ruvida è il ristagno della vita senza più verità, senza l'accettazione dei limiti, senza purezza.
MAM
venerdì 13 dicembre 2013
martedì 10 dicembre 2013
LA META' DEL NIENTE
Come ogni lunedì, dalle otto del mattino, nella Piazza dei Caduti il mercato si riempì di banchi colorati e gazebo traballanti, fissati con corde sospese da un palo della corrente elettrica all'altro.
Frutta e verdura, abiti usati, divise militari di soldati sconosciuti, chincaglieria di ogni genere invadeva la piazza occupando ogni spazio utile, in attesa che uomini e donne arrivassero a fare scorta di quanto necessario.
Il lunedì era sempre un giorno insopportabile per Angela. Il suo, unico nel paese, era un emporio dove si potevano reperire prodotti di ogni genere. Le merci arrivavano ogni settimana da Cagliari, alcune acquistate secondo il gusto personale della proprietaria, altre su ordinazione. Andavano dagli ingredienti per i dolci sardi, sino alle ciabatte di plastica per uomo. Angela conosceva a memoria le abitudini dei suoi compaesani e prevedeva le necessità: sapeva quando ordinare le maglie di lana e quali modelli le avrebbero richiesto, conosceva i gusti e le necessità degli uomini per l'abbigliamento da caccia e ricordava a memoria i compleanni dei clienti più fedeli per rifornirsi di candeline, palline argentate e zucchero a velo per la glassa delle torte.
Angela era zitella. Questo era l'aggettivo sprezzante che in tante pronunciavano quando la negoziante aveva le paturnie e mandava al diavolo le donne incontentabili che prima ordinavano e poi non ritiravano la merce perchè non soddisfatte. Essere zitelle in un paesino come quello era una colpa grave. Soprattutto perchè donne meno attraenti di lei avevano trovato marito.
Angela ogni lunedì diventava insofferente. Il negozio vuoto, le ore della giornata che non passavano mai, erano per lei qualcosa di esasperante.
Però quel lunedì Angela era stranamente serena. Si era svegliata di buonumore. Aveva raccolto i capelli in modo accurato, si era concessa l'apertura con un po' di ritardo e aveva deciso di sistemare il negozio approfittando della calma cui andava incontro in quella giornata.
La sera prima aveva incontrato un uomo, un forestiero, mai visto prima in paese. Mentre rientrava a casa l'uomo l'aveva guardata e salutata con un breve cenno del capo e un sorriso.
Un uomo distinto, perfino elegante, aveva pensato. Si ricordò che le avevano parlato della vendita della farmacia ad un signore di Nuoro. Collegò , non sbagliandosi, le due cose.
Maria Mureddu entrò nel negozio verso le 11.30. Doveva ritirare degli ami per una canna che servivano ai figli per la pesca nel lago vicino al paese. Chiacchierarono a lungo sulla malattia del padre di Angela e della necessità di nuove viste mediche a Cagliari. Fu Maria a parlare per prima del nuovo farmacista. Raccontò ad Angela che era vedovo, molto ricco e si diceva anche molto a modo e di buon cuore.
Angela da quel momento non fece che pensare a questo inaspettato regalo del destino. Ricordò il sorriso dell'uomo e si convinse che quel gesto fosse sì di cortesia ma che probabilmente anche lui fosse rimasto colpito dalla sua persona.
Con la scusa delle medicine per il padre prese a recarsi quasi ogni giorno in farmacia. Arrossendo ogni volta che vi metteva piede e cercando di trattenersi più a lungo possibile, chiedeva ed otteneva consigli per curare quel povero uomo che pareva avesse ogni tipo di malattia.
Un collirio per gli occhi, una pomata per le piaghe, dei cerotti per una ferita provocata incidentalmente...i pretesti non mancavano e passarono lunghi mesi in cui arrivarono ad un livello di confidenza tale che presero a darsi del tu.
Angela aspettò con ansia e una certa eccitazione un invito, una gesto galante da parte dell'uomo, una parola che mostrasse in qualche modo l'interesse che aveva.
Passarono altri mesi, i rapporti tra i due divennero confidenziali, ma Severino il farmacista mai si preoccupo' di andare oltre quella piacevole amicizia che aveva instaurato con la donna.
Due giorni prima della festa di S.Isidoro Angela decise di sospendere le visite in farmacia. Voleva rendersi preziosa agli occhi di Severino, come aveva letto in alcuni romanzi far capire che aspettava un passo, uno qualsiasi per mutare quella situazione che diveniva imbarazzante e che faceva circolare numerose e rumorose chiacchiere in paese.
La storia aveva fatto giri larghi, qualcuno li vedeva già come amanti clandestini, altri ritenevano che non ci si mettesse d'accordo per motivi economici e di appartenenza a classi sociali differenti. Ad ogni buon conto, la storia animò la vita monotona del paese e tutti aspettavano da un momento all'altro di vederli passeggiare a braccetto per il corso a conferma che l'affare era stato finalmente siglato.
Severino non cercò Angela. E Angela trascurò il negozio, persa dietro mille pensieri. Scordava di ordinare le merci, non sistemava più gli scaffali e la gente inizio' a disertare l'emporio andando ad approvvigionarsi nei paesi vicini e al solito mercato settimanale.
Prima di Natale, Angela distrutta dal dolore di un amore mai nato, prese il coraggio e decise di andare in Farmacia.
Severino fu sorpreso di quella visita. Sorpreso e imbarazzato. Molte donne del paese avevano chiesto insistentemente di Angela mentre acquistavano farmaci, lasciando intendere che se aveva buone intenzioni di sicuro avrebbe avuto una risposta positiva perchè Angela, a parer loro, lo avrebbe voluto come consorte.
Severino non rispose mai e si limitò a sorridere e a minimizzare l'amicizia tra i due.
Angela entrando in farmacia fu diretta. Con le lacrime agli occhi chiese perchè non l'avesse mai cercata. Perchè non avesse addirittura voluto la sua amicizia se non una relazione.
Severino, con gli occhi bassi, non rispose subito. Raccontò ad Angela con parole semplici della sua malattia, dei pochi mesi di vita che gli restavano. Della volontà di non renderla vedova dopo pochi mesi di matrimonio. Che sì, l'amava ma non poteva e non voleva esserle di peso in quel modo.
Angela pianse ancora. Non aggiunse più una parola. Andò ad aprire il negozio, lasciò la serranda abbassata a metà. Sistemò gli scaffali e mise a posto tutte le merci.
La vita a metà. Quella che nessuno vorrebbe mai vivere. Una vita insignificante e fatta di giorni tutti uguali. Era meglio questo che pochi mesi da sposa felice o infelice che fosse? Pensò agli anni della sua giovinezza, scanditi dalle feste dei santi e da quelle del popolo. Pensò allo specchio che le restituiva costantemente un'immagine scollata di ciò che sentiva di essere dentro, nel profondo. Non si era mai sentita donna, mai desiderata e mai voluta. La negoziante del paese. La zitella. La donna che viveva per soddisfare i bisogni degli altri. Eppure aveva sentito il cuore battere per quell'uomo. Aveva immaginato di mangiare seduta al tavolo guardando negli occhi qualcuno. E avere mani sui suoi fianchi snelli e sul viso, sentire la carezza delle parole pronunciate solo per lei.
Tornò alla farmacia, con le gambe che le tremavano. Si fermò sulla porta e disse a Severino "Chiudi la farmacia...andiamo".
Severino non ubbidì. Si rese conto che ad Angela non interessava il futuro, visto che non aveva mai cominciato a vivere prima di quel momento. E malgrado avesse letto negli occhi della donna quella risolutezza e quel fuoco che implorava una scelta, non cambiò idea.
Angela si incamminò lungo il viale, incurante della curiosità della gente che non l'aveva mai vista andare per le vie del paese a quell'ora. Sedette sul muraglione vicino alla chiesa, svuotata, senza poter immaginare e senza poter pensare ai giorni da lì in avanti, con la bruciante rassegnazione di chi non avrebbe mai mescolato, come aveva creduto, la propria liquida e insignificante vita con quella di un uomo. Lei, la metà del niente.
MAM
lunedì 9 dicembre 2013
LA VORAGINE
Forse non ho capito niente. Perché a dimenticare ci vuole tempo, mi dicevo. Cancellare si può. Il tempo aiuta. Lo dicono tutti. E così ho lasciato scivolare i minuti, le ore, i giorni ed infine i mesi. Non sento più il dolore. E’ così. Il silenzio, l’assenza sono ormai abitudine. Non piango più. E ho pensato alla voragine. Si, la voragine della quale abbiamo parlato tante volte anche con te. A scavarla ci hanno pensato in tanti. Hanno lavorato dentro me, ciascuno con i propri mezzi, valutando di volta in volta di quanto si dovesse allargare, come renderla instabile e pronta al cedimento. Io di mio ho messo il meno possibile. Sono stata a guardare. Ad ascoltare. Ed ho imparato che non sono mai stata all’altezza. Qualcuno mi voleva forte, qualcun altro debole. C’era chi mi voleva più sensibile, secondo altri ero troppo sensibile. Parlavo troppo oppure ero poco loquace. Non dovevo piangere ma, alcuni mi accusavano di avere un cuore di pietra. Bisognava crescere. Ma altri obiettavano che non ero mai stata bambina.
Una voragine enorme. Camminavo sull’orlo e pensavo che non mi sarebbe bastata questa vita per riempirla. E riempirla di cosa soprattutto? Amore, gioia, felicità? Oppure di occasioni speciali, di piccoli momenti importanti? E dopo averla riempita, mi dicevo, posso immaginare che si diventi finalmente diversi? Appagati? Pensavo a questo, stamattina, mentre davanti allo specchio mi truccavo il viso. Le rughe. Quante.
Ho pensato che finalmente non mi importava più niente della voragine. Ho iniziato a sentire che il tempo stava scivolando via, incurante delle mie ansie e delle mie aspettative.
Di tutte le vite possibili mi è stata concessa questa. Ed io, ho pensato, ancora non ho cominciato a viverla.
Sono uscita di casa. Ho chiuso la porta alle spalle. Ho scansato la voragine, ho respirato a fondo e sono scesa in strada. Porto a spasso le rughe ho pensato. E comincio a vivere.
MAM
CATERINA
Il mio nome è Caterina. Cioè, non è il mio vero nome ma quello d'arte. Quello vero è Giovanna, ma quando ho iniziato a fare questo lavoro Madame ha detto che di Giovanna nella casa ne aveva già un'altra e che ci avrebbero confuse. Caterina, ecco un bel nome. Il nome della mia bambina morta dopo pochi giorni di vita, mi ha detto. A me questa cosa ha fatto impressione, ma non ho voluto né potuto dirle di no, perché temevo mi cacciasse. E ho fatto bene, perché é anche grazie a questo nome che mi ha sempre trattata come una figlia.
Avevo 17 anni quando sono arrivata da Madame. In casa ho detto che sarei andata in città a servizio, che poi se guardi bene è una mezza verità. Madame ha detto che dovevo dire a tutti che avevo 22 anni. E così ho fatto. C'è stato un momento in cui io stessa non riuscivo più a ricordare quanti anni avessi.
La casa nella Marina era bellissima. Carta da parati verde tenue e stampe sul muro con donne nude e velate. Il letto comodo, in legno , come il comodino. E di fianco al letto una brocca con l'acqua e un lavamano.
Molti clienti di Madame non mi volevano all'inizio. Troppo alta e ossuta. Madame ha fatto di tutto per farmi diventare rotondetta, in carne.
-Mangia, non saltare mai un pasto. Ti serve forza per fare questo lavoro.
Ma io ero uguale alla buonanima di mamma che sembrava un appendiabiti.
Poi però qualcuno ha detto che la mia linea era elegante, che sembravo uscita da una rivista di moda francese. E mi sono ritagliata il mio spazio. I clienti più importanti della città cercavano me. Quelli della Cagliari bene, come la chiamava Madame. Quelli a cui i soldi non mancavano, quelli sposati con donne ricche ma brutte. Caterina è un nome dolce, mi diceva il notaio che veniva da me il venerdì all'ora di pranzo.
-La dolcezza è una virtù importante per una donna, cara la mia Caterina. Quale uomo è disposto a rinunciarvi? Non esiste niente, credimi, che possa incatenare un uomo ad una donna quanto la dolcezza.
Aveva ragione. Per questo mi hanno amata e io ho amato ognuno dei miei clienti. Questo lavoro tanto disprezzato è il più bello del mondo. Se tu dai e ricevi carezze, se sai regalare un momento felice a qualcuno, non hai bisogno d'altro. Io non potrei mai fare a meno dei loro sguardi. Sono così appaganti! Mi piace ascoltare la storia delle loro vite, accarezzare le loro mani quando sono tristi e hanno delle preoccupazioni. Molti piangono, come bambini. Hanno spesso vite infelici, tranne che per quei pochi istanti in cui stanno con me.
E' un bel lavoro questo. Anche dopo che è morta Madame e le cose sono cambiate. Ho un appartamento in un quartiere elegante della città e ormai pochi clienti. Quelli che sono rimasti non mi tradirebbero mai per una più giovane. Caterina è un nome dolce, anche ora che ho 57 anni e che qualcuno viene da me solo per un caffè.
MAM
A COSA SERVE IL CIELO
Mauro oggi ci ha portati al mare. Ci siamo seduti sugli scogli, scegliendo ciascuno una posizione. Ci ha chiesto di stare in silenzio, per un po’. E così abbiamo fatto. Poi ci ha chiesto di dire la prima cosa che ci passasse per la testa guardando il mare. Io ho detto “zattera”. Mi sono pentito subito di aver pronunciato questa parola. Ho pensato “ Che scemo, avrei potuto dire stella marina, oppure onda, sabbia, conchiglia, vento, sole...”. Ho chiesto a Mauro se potevo dirne un’altra, ma lui ha detto che zattera andava benissimo. Mi ha chiesto perchè avessi pensato a questa cosa. Ho risposto che non lo sapevo, che poi in fondo quella parola non mi piaceva nemmeno e che se avessi potuto cambiarla avrei detto di sicuro un’altra cosa. Mauro mi ha guardato e mi ha chiesto se nella mia vita mi fossi mai sentito un naufrago. Mi è venuta l’ansia. Io sono sempre stato un naufrago. Sono sempre in fuga da tutto e da tutti. Ho detto a Mauro queste cose e mi ha chiesto se in realtà non scappassi da me stesso. “Ma che dici?” ho risposto. “Io sto bene solo quando sono solo”.
Mauro ha sorriso. Mi ha chiesto di fare la prima cosa, il primo gesto che mi venisse spontaneo. Io ho allungato il braccio, chiuso la mano e ho teso l’indice verso il cielo. Marta, una delle ragazze seguita dall’istituto di igiene mentale, mi ha guardato e dopo un paio di minuti ha fatto lo stesso.
Il mio indice e il suo indice puntati verso l’alto. Mi è sembrato che il cielo si piegasse e che le nostre dita fossero i pilastri di una casa o di una capanna...non saprei.
So solo che per la prima volta mi è piaciuto stare sotto un tetto così ampio insieme a qualcuno che non fossi io.
MAM
venerdì 6 dicembre 2013
DISARMONICO
Quando comunicarono a mia madre quella che, a tutti gli effetti, doveva essere una sentenza irreversibile, la reazione fu la totale noncuranza per quelle due parole che a qualsiasi altra madre avrebbero lacerato il cuore: nanismo disarmonico.
Per sua stessa ammissione, ne fu quasi felice, ignara della vita che lei ed io insieme stavamo per affrontare, per la cattiveria tagliente che avrebbe assediato le nostre vite e scomposto ogni momento delle nostre esistenze. Pensò, come mi disse, che io sarei stato il fulcro di quel suo destino scialbo che finalmente si riempiva di motivazioni per esplodere come un fuoco d'artificio e illuminare la strada che da allora in poi non avrebbe più conosciuto noia e mediocrità.
Mi allevò con una cura maniacale, certa che la gente avrebbe provato meraviglia di quel corpo così piccolo eppure colmo di grazia, qualità uniche ed eccellenze che ad altri per la loro normalità erano preclusi.
Crebbi con la convinzione che la mia diversità fosse esattamente quella che lei vedeva: una originale dissonanza dal resto del mondo, una proficua possibilità di riscatto per tutti i diversi, che potevano competere ad armi pari con qualsiasi altro individuo del mondo.
La cattiveria esplose in piena adolescenza. Il passaggio dall'infanzia alla pubertà compromise le sicurezze. Smisi di essere il bambino coccolato e vezzeggiato da tutti, il nano delle meraviglie, e divenni quello che restava indietro. Si allungavano non solo i corpi dei miei amici e compagni ma anche le distanze col mondo normale, distanze che divennero incolmabili e per le quali mi sentii perso. Fui vittorioso nella bruttezza e disgrazia del mio corpo: eccellevo solo in questo.
Quando Beatrice comparve nella mia vita la odiai profondamente. A scuola sedette per tre anni al mio fianco, decisione degli insegnati che parve quasi contrapporre la mostruosità vicino alla bellezza eterea.
Beatrice mi ricordò, ogni giorno di quei tre anni, quali e quante batoste avrei dovuto affrontare, in che modo agire con coercizione verso i miei sentimenti, con quale logorio la vita può sottrarti ogni energia vitale e trasformare in incubi i sogni.
Beatrice, dal canto suo, non mi mostrò mai ostilità. Devo anzi ammettere che il suo sguardo, diretto e limpido, era per me rassicurante. In terza media, dopo una festa di compleanno di un compagno, rientrando a piedi a casa mi chiese se avessi mai pensato di baciarla. Le risposo furioso che non avrei mai immaginato di essere oggetto di scherno da parte sua e la lasciai da sola per strada, dopo averle detto parole dure ed offensive.
Ma la storia non finì lì. Beatrice capì la mia rabbia e non se ne fece un cruccio. Con la determinazione che solo le donne possiedono continuò a starmi accanto anche dopo la scuola. Parole, piccoli gesti, e poi sguardi sempre più intensi. Mi provocava e si comportava come una femmina fa con qualsiasi uomo normale. Mi indignavo per la sua sfrontatezza, timoroso di cedere al sentimento che provavo. Fino a quel maledetto giorno in cui i nostri corpi si incontrarono, in un inferno di emozioni che non potevano essere più contenute, che completarono in lei quel quadro rimasto per tanti anni senza cornice e che spogliarono me di ogni possibilità di difesa.
Per sua stessa ammissione, ne fu quasi felice, ignara della vita che lei ed io insieme stavamo per affrontare, per la cattiveria tagliente che avrebbe assediato le nostre vite e scomposto ogni momento delle nostre esistenze. Pensò, come mi disse, che io sarei stato il fulcro di quel suo destino scialbo che finalmente si riempiva di motivazioni per esplodere come un fuoco d'artificio e illuminare la strada che da allora in poi non avrebbe più conosciuto noia e mediocrità.
Mi allevò con una cura maniacale, certa che la gente avrebbe provato meraviglia di quel corpo così piccolo eppure colmo di grazia, qualità uniche ed eccellenze che ad altri per la loro normalità erano preclusi.
Crebbi con la convinzione che la mia diversità fosse esattamente quella che lei vedeva: una originale dissonanza dal resto del mondo, una proficua possibilità di riscatto per tutti i diversi, che potevano competere ad armi pari con qualsiasi altro individuo del mondo.
La cattiveria esplose in piena adolescenza. Il passaggio dall'infanzia alla pubertà compromise le sicurezze. Smisi di essere il bambino coccolato e vezzeggiato da tutti, il nano delle meraviglie, e divenni quello che restava indietro. Si allungavano non solo i corpi dei miei amici e compagni ma anche le distanze col mondo normale, distanze che divennero incolmabili e per le quali mi sentii perso. Fui vittorioso nella bruttezza e disgrazia del mio corpo: eccellevo solo in questo.
Quando Beatrice comparve nella mia vita la odiai profondamente. A scuola sedette per tre anni al mio fianco, decisione degli insegnati che parve quasi contrapporre la mostruosità vicino alla bellezza eterea.
Beatrice mi ricordò, ogni giorno di quei tre anni, quali e quante batoste avrei dovuto affrontare, in che modo agire con coercizione verso i miei sentimenti, con quale logorio la vita può sottrarti ogni energia vitale e trasformare in incubi i sogni.
Beatrice, dal canto suo, non mi mostrò mai ostilità. Devo anzi ammettere che il suo sguardo, diretto e limpido, era per me rassicurante. In terza media, dopo una festa di compleanno di un compagno, rientrando a piedi a casa mi chiese se avessi mai pensato di baciarla. Le risposo furioso che non avrei mai immaginato di essere oggetto di scherno da parte sua e la lasciai da sola per strada, dopo averle detto parole dure ed offensive.
Ma la storia non finì lì. Beatrice capì la mia rabbia e non se ne fece un cruccio. Con la determinazione che solo le donne possiedono continuò a starmi accanto anche dopo la scuola. Parole, piccoli gesti, e poi sguardi sempre più intensi. Mi provocava e si comportava come una femmina fa con qualsiasi uomo normale. Mi indignavo per la sua sfrontatezza, timoroso di cedere al sentimento che provavo. Fino a quel maledetto giorno in cui i nostri corpi si incontrarono, in un inferno di emozioni che non potevano essere più contenute, che completarono in lei quel quadro rimasto per tanti anni senza cornice e che spogliarono me di ogni possibilità di difesa.
Amore. Capisci? Non era solo attrazione verso la diversità, né perversione come pensai all'inizio. Beatrice provava passione perché mi amava. Amava quella disarmonia fisica che a me toglieva ogni speranza e che lei invece non vedeva nemmeno.
Mi disse di aspettare un bambino. A 23 anni, appena compiuti, con lacrime che scivolavano calde sulle guance bellissime, con un sorriso che pretendeva di condividere la felicità che non poteva più tenere nascosta a nessuno, mi disse che ne avrebbe parlato con i suoi genitori e che loro avrebbero capito.
La storia potrebbe finire qui, perchè questa fu l'ultima volta che la vidi. La chiusero in casa, il fratello la picchiò selvaggiamente. Lo seppi da mia madre, che apprese la notizia e fu minacciata dai suoi familiari.
Quella sera mi recai al bar e vi incontrai il fratello. Il nano, guardatelo il nano... ha violato quella puttana di mia sorella.
Sentire il nome di Beatrice, l'epiteto infamante che le veniva affibbiato, mi ferì mortalmente. Come osi, vile, dire queste cose di tua sorella? Lei mi ama e io la amo. Risero, mi colpirono lui e altri uomini, che conoscevo appena ma che presero parte all'affare, a questa infamia che colpiva nella loro immaginazione la normalità delle cose. Lo aspettai sotto casa due giorni dopo. Di quel momento ricordo solo lo stupore nel suo sguardo. I giornali scrissero dell'abominio di quel delitto, del nano innamorato e della cattiva sorte capitata alla donna circuita in modo deplorevole, che oltre al danno della violenza aveva visto morire il fratello per mano del piccolo mostro.
Mi disse di aspettare un bambino. A 23 anni, appena compiuti, con lacrime che scivolavano calde sulle guance bellissime, con un sorriso che pretendeva di condividere la felicità che non poteva più tenere nascosta a nessuno, mi disse che ne avrebbe parlato con i suoi genitori e che loro avrebbero capito.
La storia potrebbe finire qui, perchè questa fu l'ultima volta che la vidi. La chiusero in casa, il fratello la picchiò selvaggiamente. Lo seppi da mia madre, che apprese la notizia e fu minacciata dai suoi familiari.
Quella sera mi recai al bar e vi incontrai il fratello. Il nano, guardatelo il nano... ha violato quella puttana di mia sorella.
Sentire il nome di Beatrice, l'epiteto infamante che le veniva affibbiato, mi ferì mortalmente. Come osi, vile, dire queste cose di tua sorella? Lei mi ama e io la amo. Risero, mi colpirono lui e altri uomini, che conoscevo appena ma che presero parte all'affare, a questa infamia che colpiva nella loro immaginazione la normalità delle cose. Lo aspettai sotto casa due giorni dopo. Di quel momento ricordo solo lo stupore nel suo sguardo. I giornali scrissero dell'abominio di quel delitto, del nano innamorato e della cattiva sorte capitata alla donna circuita in modo deplorevole, che oltre al danno della violenza aveva visto morire il fratello per mano del piccolo mostro.
Questa fratello è la mia storia. Da qui non usciro' mai. Ergastolo. Non è grottesco? Mi è stato concesso l'amore malgrado la mia diversità, mi è stato tolto per la stessa ragione. C'è scampo e possibilità di cambiare le cose disarmoniche della vita? Ritengo di no. Io ne sono la prova vivente. E adesso raccontami di te, visto che passeremo insieme del tempo dentro questa cella.
MAM
venerdì 1 febbraio 2013
ULISSE SENZA COGNOME 4
"A Roma, durante una manifestazione dei Comitati Autonomi Operai , è stato colpito a morte Mario Salvi. A sparare è stato l'agente Domenico Velluto...".
Il notaio Dessanai spense la radio per comunicare ad Ulisse che da quel 7 di aprile del 1976 avrebbe avuto un cognome nuovo. Ulisse Dessanai, fu riconosciuto come figlio legittimo dal Notaio Mario Dessanai, domiciliato a Cagliari in Via Manno 42.
Peppe Canu, dalla sera del suo arrivo a Cagliari, sistemò Ulisse in bottega, a fare il garzone. Ulisse in bottega ci dormiva pure. Le prime notti sopra alcune scatole di cartone poi su una branda pieghevole che Efisio teneva in soffitta per gli ospiti e che si rivelò utilissima per sistemare quel volenteroso ragazzino che il destino gli aveva messo tra i piedi. Tra i vari clienti ai quali portava la spesa della drogheria, Ulisse conobbe anche il Notaio Dessanai, uomo ricchissimo e riservato a detta di Peppe, che bisognava trattare con tutti i riguardi ché clienti così a Cagliari se ne trovavano pochi.
Ulisse risultò immediatamente simpatico al Notaio e il Notaio ad Ulisse. Già dopo poche settimane Mario Dessanai si prodigò per trovare al ragazzo un insegnante privato, visto che era sveglio come pochi e riteneva fosse un peccato aver interrotto la scuola per tutte quelle peripezie che ascoltò dalla sua viva voce. La verità è che il Notaio soffriva di solitudine e Ulisse divenne per lui occasione giornaliera di scambio di opinioni e di informazioni che il ragazzo coglieva per strada e in bottega. Efisio mai si lamentò delle assenze prolungate del garzone, poichè, da quando era arrivato, gli ordini di spesa del cliente era notevolmente aumentati.
Un anno dopo l’arrivo di Ulisse il Notaio si recò in drogheria e conversò fitto fitto con Peppe, che annuiva a tratti sorridente e a tratti dispiaciuto agli argomenti trattati dal suo cliente. Quando questi lasciò la bottega il droghiere chiamò in disparte Ulisse.
-Il Notaio Dessanai dice che sarebbe disposto a prenderti in casa, come ragazzo di compagnia e per fare delle commissioni. Dice che ti farà studiare se ne hai voglia. Sei tu che devi decidere Ulisse. Mi mancherà un bravo garzone ma un’occasione così non ti capita due volte nella vita, dai retta a me.
Ulisse stette in silenzio per un po’. Non lo entusiasmava l’idea di vivere in una casa dove le finestre erano sempre chiuse, l’odore della polvere impregnava ogni angolo delle stanze e l’unica presenza era quell’uomo anziano e una governante incartapecorita che sembrava più vecchia dello stesso salotto in pelle dove veniva regolarmente ricevuto dal Notaio e dal maestro privato.
Considerò però che l’alternativa era fare il garzone per tutta la vita e che forse Peppe aveva ragione a dire che occasioni simili nella vita non si presentano due volte di seguito.
Il 7 di aprile del 1976 Ulisse per la prima volta nella sua vita provò un dolore lacerante Ulisse aveva un cognome, quello di un padre, ma non aveva più una storia. Gli sembrò di rinascere quel giorno, con dei cani attaccati alle carni che lo spolpavano della sua vita precedente.
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