lunedì 9 dicembre 2013

A COSA SERVE IL CIELO



Mauro oggi ci ha portati al mare. Ci siamo seduti sugli scogli, scegliendo ciascuno una posizione. Ci ha chiesto di stare in silenzio, per un po’. E così abbiamo fatto. Poi ci ha chiesto di dire la prima cosa che ci passasse per la testa guardando il mare. Io ho detto “zattera”. Mi sono pentito subito di aver pronunciato questa parola. Ho pensato “ Che scemo, avrei potuto dire stella marina, oppure onda, sabbia, conchiglia, vento, sole...”. Ho chiesto a Mauro se potevo dirne un’altra, ma lui ha detto che zattera andava benissimo. Mi ha chiesto perchè avessi pensato a questa cosa. Ho risposto che non lo sapevo, che poi in fondo quella parola non mi piaceva nemmeno e che se avessi potuto cambiarla avrei detto di sicuro un’altra cosa. Mauro mi ha guardato e mi ha chiesto se nella mia vita mi fossi mai sentito un naufrago. Mi è venuta l’ansia. Io sono sempre stato un naufrago. Sono sempre in fuga da tutto e da tutti. Ho detto a Mauro queste cose e mi ha chiesto se in realtà non scappassi da me stesso. “Ma che dici?” ho risposto. “Io sto bene solo quando sono solo”.

Mauro ha sorriso. Mi ha chiesto di fare la prima cosa, il primo gesto che mi venisse spontaneo. Io ho allungato il braccio, chiuso la mano e ho teso l’indice verso il cielo. Marta, una delle ragazze seguita dall’istituto di igiene mentale, mi ha guardato e dopo un paio di minuti ha fatto lo stesso.


Il mio indice e il suo indice puntati verso l’alto. Mi è sembrato che il cielo si piegasse e che le nostre dita fossero i pilastri di una casa o di una capanna...non saprei.


So solo che per la prima volta mi è piaciuto stare sotto un tetto così ampio insieme a qualcuno che non fossi io.

MAM

venerdì 6 dicembre 2013

DISARMONICO

Quando comunicarono a mia madre quella che, a tutti gli effetti, doveva essere una sentenza irreversibile, la reazione fu la totale noncuranza per quelle due parole che a qualsiasi altra madre avrebbero lacerato il cuore: nanismo disarmonico.
Per sua stessa ammissione, ne fu quasi felice, ignara della vita che lei ed io insieme stavamo per affrontare, per la cattiveria tagliente che avrebbe assediato le nostre vite e scomposto ogni momento delle nostre esistenze. Pensò, come mi disse, che io sarei stato il fulcro di quel suo destino scialbo che finalmente si riempiva di motivazioni per esplodere come un fuoco d'artificio e illuminare la strada che da allora in poi non avrebbe più conosciuto noia e mediocrità.
Mi allevò con una cura maniacale, certa che la gente avrebbe provato meraviglia di quel corpo così piccolo eppure colmo di grazia, qualità uniche ed eccellenze che ad altri per la loro normalità erano preclusi.
Crebbi con la convinzione che la mia diversità fosse esattamente quella che lei vedeva: una originale dissonanza dal resto del mondo, una proficua possibilità di riscatto per tutti i diversi, che potevano competere ad armi pari con qualsiasi altro individuo del mondo.
La cattiveria esplose in piena adolescenza. Il passaggio dall'infanzia alla pubertà compromise le sicurezze. Smisi di essere il bambino coccolato e vezzeggiato da tutti, il nano delle meraviglie, e divenni quello che restava indietro. Si allungavano non solo i corpi dei miei amici e compagni ma anche le distanze col mondo normale, distanze che divennero incolmabili e per le quali mi sentii perso. Fui vittorioso nella bruttezza e disgrazia del mio corpo: eccellevo solo in questo.
Quando Beatrice comparve nella mia vita la odiai profondamente. A scuola sedette per tre anni  al mio fianco, decisione degli insegnati che parve quasi contrapporre la mostruosità vicino alla bellezza eterea.
Beatrice mi ricordò, ogni giorno di quei tre anni, quali e quante batoste avrei dovuto affrontare, in che modo agire con coercizione verso i miei sentimenti, con quale logorio la vita può sottrarti ogni energia vitale e trasformare in incubi i sogni.
Beatrice, dal canto suo, non mi mostrò mai ostilità. Devo anzi ammettere che il suo sguardo, diretto e limpido, era per me rassicurante. In terza media, dopo una festa di compleanno di un compagno, rientrando a piedi a casa mi chiese se avessi mai pensato di baciarla. Le risposo furioso che non avrei mai immaginato di essere oggetto di scherno da parte sua e la lasciai da sola per strada, dopo averle detto parole dure ed offensive.
Ma la storia non finì lì. Beatrice capì la mia rabbia e non se ne fece un cruccio. Con la determinazione che solo le donne possiedono continuò a starmi accanto anche dopo la scuola. Parole, piccoli gesti, e poi sguardi sempre più intensi. Mi provocava e si comportava come una femmina fa con qualsiasi uomo normale. Mi indignavo per la sua sfrontatezza, timoroso di cedere al sentimento che provavo. Fino a quel maledetto giorno in cui i nostri corpi si incontrarono, in un inferno di emozioni che non potevano essere più contenute, che completarono in lei quel quadro rimasto per tanti anni senza cornice e che spogliarono me di ogni possibilità di difesa. 
Amore. Capisci? Non era solo attrazione verso la diversità, né perversione come pensai all'inizio. Beatrice provava passione perché mi amava. Amava quella disarmonia fisica che a me toglieva ogni speranza e che lei invece non vedeva nemmeno.
Mi disse di aspettare un bambino. A 23 anni, appena compiuti, con lacrime che scivolavano calde sulle guance bellissime, con un sorriso che pretendeva di condividere la felicità che non poteva più tenere nascosta a nessuno, mi disse che ne avrebbe parlato con i suoi genitori e che loro avrebbero capito.
La storia potrebbe finire qui, perchè questa fu l'ultima volta che la vidi. La chiusero in casa, il fratello la picchiò selvaggiamente. Lo seppi da mia madre, che apprese la notizia e fu minacciata dai suoi familiari.
Quella sera mi recai al bar e vi incontrai il fratello. Il nano, guardatelo il nano... ha violato quella puttana di mia sorella.
Sentire il nome di Beatrice, l'epiteto infamante che le veniva affibbiato, mi ferì mortalmente. Come osi, vile, dire queste cose di tua sorella? Lei mi ama e io la amo. Risero, mi colpirono lui e altri uomini, che conoscevo appena ma che presero parte all'affare, a  questa infamia che colpiva nella loro immaginazione la normalità delle cose. Lo aspettai sotto casa due giorni dopo. Di quel momento ricordo solo lo stupore nel suo sguardo. I giornali scrissero dell'abominio di quel delitto, del nano innamorato e della cattiva sorte capitata alla donna circuita in modo deplorevole, che oltre al danno della violenza aveva visto morire il fratello per mano del piccolo mostro. 

Questa fratello è la mia storia. Da qui non usciro' mai. Ergastolo. Non è grottesco? Mi è stato concesso l'amore malgrado la mia diversità, mi è stato tolto per la stessa ragione. C'è scampo e possibilità di cambiare le cose disarmoniche della vita? Ritengo di no. Io ne sono la prova vivente. E adesso raccontami di te, visto che passeremo insieme del tempo dentro questa cella. 

MAM

venerdì 1 febbraio 2013

ULISSE SENZA COGNOME 4





"A Roma, durante una manifestazione dei Comitati Autonomi Operai , è stato colpito a morte Mario Salvi. A sparare è stato l'agente Domenico Velluto...".  


Il notaio Dessanai spense la radio per comunicare ad Ulisse che da quel 7 di aprile del 1976 avrebbe avuto un cognome nuovo. Ulisse Dessanai, fu riconosciuto come figlio legittimo dal Notaio Mario Dessanai, domiciliato a Cagliari in Via Manno 42. 


Peppe Canu, dalla sera del suo arrivo a Cagliari, sistemò Ulisse in bottega, a fare il garzone. Ulisse in bottega ci dormiva pure. Le prime notti sopra alcune scatole di cartone poi su una branda pieghevole che Efisio teneva in soffitta per gli ospiti e che si rivelò utilissima per sistemare quel volenteroso ragazzino che il destino gli aveva messo tra i piedi. Tra i vari clienti ai quali portava la spesa della drogheria, Ulisse conobbe anche il Notaio Dessanai, uomo ricchissimo e riservato a detta di Peppe, che bisognava trattare con tutti i riguardi ché clienti così a Cagliari se ne trovavano pochi.
Ulisse risultò immediatamente simpatico al Notaio e il Notaio ad Ulisse. Già dopo poche settimane Mario Dessanai si prodigò per trovare al ragazzo un insegnante privato, visto che era sveglio come pochi e riteneva fosse un peccato aver interrotto la scuola per tutte quelle peripezie che ascoltò dalla sua viva voce. La verità è che il Notaio soffriva di solitudine e Ulisse divenne per lui occasione giornaliera di scambio di opinioni e di informazioni che il ragazzo coglieva per strada e in bottega. Efisio mai si lamentò delle assenze prolungate del garzone, poichè, da quando era arrivato, gli ordini di spesa del cliente era notevolmente aumentati.
Un anno dopo l’arrivo di Ulisse il Notaio si recò in drogheria e conversò fitto fitto con Peppe, che annuiva a tratti sorridente e a tratti dispiaciuto agli argomenti trattati dal suo cliente. Quando questi lasciò la bottega il droghiere chiamò in disparte Ulisse.
-Il Notaio Dessanai dice che sarebbe disposto a prenderti in casa, come ragazzo di compagnia e per fare delle commissioni. Dice che ti farà studiare se ne hai voglia. Sei tu che devi decidere Ulisse. Mi mancherà un bravo garzone ma un’occasione così non ti capita due volte nella vita, dai retta a me.
Ulisse stette in silenzio per un po’. Non lo entusiasmava l’idea di vivere in una casa dove le finestre erano sempre chiuse, l’odore della polvere impregnava ogni angolo delle stanze e l’unica presenza era quell’uomo anziano e una governante incartapecorita che sembrava più vecchia dello stesso salotto in pelle dove veniva regolarmente ricevuto dal Notaio e dal maestro privato.
Considerò però che l’alternativa era fare il garzone per tutta la vita e che forse Peppe aveva ragione a dire che occasioni simili nella vita non si presentano due volte di seguito.

Il 7 di aprile del 1976 Ulisse per la prima volta nella sua vita provò un dolore lacerante Ulisse aveva un cognome, quello di un padre, ma non aveva più una storia. Gli sembrò di rinascere quel giorno, con dei cani attaccati alle carni che lo spolpavano della sua vita precedente.



giovedì 31 gennaio 2013

ULISSE SENZA COGNOME - 3


Si svegliò infastidito da una mosca. La casa era in silenzio. Cercò Tonino ma non lo trovò. Si affacciò alla finestra per capire che ora fosse. Il sole era alto, Tonino era andato al lavoro e non lo aveva svegliato, pensò. Cercò qualcosa da mangiare dentro la credenza in cucina. Trovò una busta di grissini e del pane bianco, duro. Mangiò una fetta di pane per non aprire la busta dei grissini. Pensò al da farsi, non sapendo da che parte cominciare. Aveva intenzione di uscire per andare alla stazione dei pullman per capire a che ora potesse partire quello per Cagliari. Lasciò la casa, scrivendo con una biro un grande Grazie sulla busta del pane che posò sul tavolo. Chiese informazioni ai passanti e arrivò alla stazione. Il pullman partì circa due ore dopo, con Ulisse a bordo, spaventato ed eccitato allo stesso tempo. Tenne stretta, durante il viaggio, la piccola valigia di tessuto rigido che aveva con sé. Sul pullman altre due donne, una delle quali accompagnata da un bambino di circa 5 o 6 anni e l’altra vestita di nero e corpulenta. I finestrini aperti muovevano le tende, i capelli e tutto ciò che poteva agitarsi dentro quel mezzo di trasporto che lui prendeva per la prima volta. Pensò a sua madre, agli occhi disperati che aveva il giorno in cui morì, gli venne un nodo in gola. Ripensò alla scena che aveva portato alla rivelazione sconvolgente, quella di avere un padre che non l'aveva voluto. Un pomeriggio, nella piazza della chiesa, il figlio di una vicina di casa lo aveva chiamato burdu, indispettito dopo un gioco con i tappi delle bottiglie. E aveva insistito "du scinti tottus ca sesi burdu". Al rientro a casa, sua madre aveva guardato il viso, solcato da un graffio profondo, con una crosta ancora fresca di sangue rappreso. Ulisse cosa ti hanno fatto, aveva chiesto, sapendo bene che suo figlio era un bambino pacifico. Ulisse spiegò, raccontando in modo confuso l’episodio. Sua madre gli medicò il viso, con gli occhi pieni di rabbia, ma non parlò. Ulisse capì di colpo tutte le incongruenze che erano evidenti ma non aveva mai valutato prima come essenziali, come quella di essere l'unico a scuola ad avere il cognome della madre e non del padre. Non glielo aveva mai chiesto, perchè si fidava della versione data da sua madre che aveva raccontato di un padre morto pochi giorni prima della sua nascita, a causa di una malattia. 
Pensò di nuovo al viso della madre, alla disperazione del suo viso dopo l' attacco di cuore che le aveva fatto presagire la morte imminente. Lui le aveva sorriso, rasserenandola. Dai che guarisci, oh mà, le aveva detto. Pochi giorni dopo, la sorella di sua madre lo chiamò, mentre giocava per strada, di fronte a casa. Capì in un istante. Entrò in silenzio, baciò la madre prima che la lavassero e la vestissero, senza versare una lacrima.
Il pullman arrivò in piazza Matteotti.


L’odore acre dei ficus fu il benvenuto che diede la città ad Ulisse. Il traffico nella Via Roma era intenso, anche se era già sera. Aveva fame e con i pochi spiccioli avanzati dall’acquisto del biglietto comprò dei mostaccioli nel chiosco di piazza matteotti, che vendeva giocattoli, mais in bustine per i piccioni e alcuni tipi di caramelle che non aveva mai visto in paese. Si addentrò nel quartiere Marina, guardando con curiosità i negozi. Si fermò davanti ad una drogheria di Via Baylle, attratto da un barattolo gigante di alici salate. Rimase impalato per un pezzo, tanto da non sentire la voce dell’uomo che col grembiule bianco lo apostrofò chiedendo se avesse bisogno di qualcosa. La seconda volta che gli fece la stessa domanda si destò, con sorpresa e scosse il capo. No, non ho bisogno di niente. Cosa ci fai con quella valigia in mano? Da dove arrivi?
Raccontò che arrivava da Riola, che non andava da nessuna parte e che cercava lavoro. 
La radio della drogheria trasmetteva le note suadenti di The look of love di Dusty Springfield. Ulisse si mise a piangere. Peppe Canu, il droghiere, imbarazzato dal pianto che non sapeva come arginare, lo invitò ad entrare. Lavati il viso, disse. Ulisse lo seguì nel retrobottega.

mercoledì 30 gennaio 2013

Il vuoto di ogni cosa

Tornerò. Così promise.
Ma la vita aveva complicato tutto. E il lavoro appariva immane. Aveva vuotato le stanze, buttato via ogni possibile orpello: le cose inutilizzabili, quelle che evocavano ricordi, le cose ingombranti, quelle troppo piccole per meritare uno spazio, i surrogati, le cose vere che spesso erano peggio dei surrogati, le cose vecchie e le cose fastidiosamente nuove, cose che erano state belle ma si erano trasformate in cose banali, cose banali che non avevano mutato col tempo ed erano diventate, se possibile, ancora più banali. 
Aveva aperto le finestre, era entrata aria nuova. Ma l'aria fa presto a viziarsi se non fluisce in maniera continua e circolare. 
Aveva provato a far perdere le tracce di sè. Errore. Meglio scendere a patti e trattare col nemico piuttosto che instaurare una guerra, soprattutto se il nemico è il tuo io.
Il tempo era passato. Guardandosi alle spalle capì che il lavoro fatto era consistente. Molto più di quanto avesse sperato. Allontanarsi aiuta, soprattutto se hai capito che la mossa sbagliata è guardare indietro e provare nostalgia. E lei non lo fece. Eppure non era bastato. Tornerò, promise. Quando alla fine avrò creato il vuoto in ogni cosa. Non pensando che anche per nascere occorre molta forza, soprattutto se si decide di farlo ancora quando sei a metà della tua prima vita. Rinascere richiede tempo. Deve ricostruire una testa, un cuore, un fegato, perfino altri organi che nella prima vita non avevi. Organi vitali e invisibili che spingano testa, cuore e fegato. Rinascere con un motore dentro.


Tornerò quando avrò riempito il vuoto di ogni cosa, promise.

venerdì 7 settembre 2012

ULISSE SENZA COGNOME - 2

Da Riola partirono con destinazione Nurachi. Dal finestrino del Leoncino Fiat Ulisse vide il viale che conduceva al cimitero. Si segnò con la croce rivolgendo un ultimo pensiero a sua madre e poi fissò la strada senza più proferire parola. Faceva già caldo benchè fossero solo i primi giorni di giugno. Nei campi alcuni contadini lavoravano sotto il sole, accompagnati dal frinire delle cicale. L’aria era densa e la polvere che si levava dalla strada sterrata, che presero per accorciare il tragitto,  a tratti impediva di respirare regolarmente. Finirono di consegnare alle due del pomeriggio. Le strade erano deserte, il silenzio illusorio, perchè la vita era solo nascosta dentro i muri delle abitazioni in pietra disposte lungo la strada. Dopo aver mangiato del pane e un pezzo di formaggio duro e giallognolo che Tonino teneva in una borsa verde militare proseguirono per Cabras dove fecero tappa a casa di un pescatore, Antonio Scano. La moglie Giovanna offrì un pabassino ad Ulisse, fece alcune domande a Tonino sul ragazzo, ma non commentò. Provò pena per quello era evidentemente ancora un bimbo, che doveva avere la stessa età del suo secondo figlio, e per tutti i figli del mondo che non potevano contare su una madre alla quale chiedere una carezza la sera prima di addormentarsi. Giovanna conosceva quella pena, orfana dall’età di 5 anni, che l’aveva spinta ad essere attenta e premurosa nei confronti dei suoi 4 figli, ai quali teneva più della sua stessa vita. 
Regalò ad Ulisse una piccola immagine di San Benedetto, ripiegata in 4 parti e una busta contenente una camicia e un paio di pantaloni usati del figlio, ché alle due figlie minori quella roba non sarebbe servita. 
Alle 6 di sera arrivarono ad Oristano. Tonino viveva in una casa a ridosso della Chiesa di Santa Chiara, al primo piano. La casa era vecchia ma pulita e in ordine, dotata di ogni comodità. Un televisore imponente stava al centro della piccola sala, di fronte ad un divano di tessuto in velluto verde, coperta da una mantellina a fiori per evitare che vi si depositasse la polvere. 
-Dormi qui stanotte, poi domani si vedrà. 
Tonino si lavò nel piccolo bagno ed invitò Ulisse a fare altrettanto, dopo che ebbe finito. Cenarono con una minestra di lenticchie avanzata dal giorno prima, del pane e della salsiccia che sapeva di rancido almeno quanto il formaggio che avevano mangiato a pranzo. 
Dopo la cena, con un rito che sembrava quello dedicato all’accensione delle candele alla Madonna del Rimedio, Tonino tolse la mantellina dal televisore e lo accese. Uno strano sibilo, delle righe nere al centro decretarono l’avvio dell’apparecchio Telefunken che trasmetteva il Telegiornale delle 20.00 con le notizie più importanti del giorno “ Siamo un paese piccolo ma sappiamo combattere, queste le parole di Moshe Dayan alle sue truppe...”
Ulisse si addormentò sul divano, in sottofondo la voce di Tito Stagno, che raccontava della guerra in seguito denominata dei 6 giorni. 

giovedì 6 settembre 2012

ULISSE SENZA COGNOME

Il giorno del suo undicesimo compleanno Ulisse decise di andar via da Riola Sardo. Esattamente 11 giorni dopo la morte di sua madre e 11 mesi esatti dall'aver scoperto che non aveva un padre, o almeno che il padre che aveva sempre descritto sua madre, era frutto della fantasia di quella donna che non aveva voluto dargli un dolore così grande nel raccontare la verità nuda e cruda sulla sua presenza al mondo. Elesse il numero undici a portafortuna, ribaltando con quella decisione le dolorose combinazioni che il caso ultimamente gli proponeva. La fuga fu programmata col sostegno di Tonino, il veditore di bibite Siete Fuentes, che passava in paese almeno due volte la settimana col suo Leoncino Fiat, distribuendo ai clienti affezionati bitter, aranciate e succhi di frutta direttamente a domicilio. Ulisse lo aspettava il martedì e il venerdì all'ingresso del paese, vicino al camposanto. Tonino si fermava, Ulisse saliva e prendeva posto accanto a lui. Durante il giro Ulisse gli dava una mano a scaricare le casse. Il martedì nei bar, il venerdì direttamente nelle case.
Tre giorni dopo la morte di sua madre Ulisse disse a Tonino di non voler più stare a Riola Sardo. Non voleva andare a vivere dalla zia, la sorella di sua madre, odiava i cugini, non aveva nessuna intenzione di pesare sugli altri. Gli chiese se potesse aiutarlo nella fuga. bastava che lo portasse ad Oristano, dove Tonino riforniva alcuni clienti. Da lì avrebbe preso il pullman per Cagliari. Era convinto che in città avrebbe trovato lavoro, fatto fortuna, cambiato sostanzialmente la sua vita.
Tonino all'inizio tentò di dissuaderlo dall'idea di andarsene. Troppo giovane, troppi pericoli. Lui lo sapeva bene perchè era scappato di casa a soli 12 anni, in cerca di fortuna. La madre lo pianse morto per anni. Ma Ulisse una madre non la aveva più e Tonino alla fine si convinse che forse quel ragazzo sveglio e determinato avrebbe avuto una possibilità in più per la sua vita, quella che a Riola Sardo non sarebbe mai potuta capitargli.
Partirono quindi. Era il 5 di giugno, anno 1967. La radio del Bar dello Sport, l'ultimo rifornito da Tonino e Ulisse, dava notizia dei bombardamenti israeliani sull'Egitto "Due ondate di cacciabombardieri hanno fatto a pezzi la più grande aviazione del Medio Oriente..." Tonino pensò che non ci voleva. Non aveva idea di dove potesse essere collocato l'Egitto sul mappamondo che aveva visto a scuola, ma una guerra, cominciata il giorno della sua fuga, gli suonò come  una sorta di  nero presagio sul suo futuro. Continua...forse.